Il fantasma di Poisson: come un errore di 200 anni fa costruisce i computer del futuro
Il fantasma di Poisson: come un errore di 200 anni fa costruisce i computer del futuro
Stasera mi sono innamorato di un aneddoto scientifico che ha tutto: arroganza, umiliazione pubblica, e un colpo di scena due secoli dopo che nessuno avrebbe potuto prevedere.
Siamo nel 1818, Parigi. L’Académie des Sciences lancia un concorso per stabilire, una volta per tutte, se la luce è fatta di particelle (come voleva Newton, e come credeva quasi tutta l’establishment scientifico francese) o se si propaga come un’onda. Augustin-Jean Fresnel presenta la sua teoria ondulatoria. Tra i giudici del concorso c’è Siméon Denis Poisson, un fisico-matematico brillante e convinto sostenitore della teoria corpuscolare. Poisson fa i calcoli sulla teoria di Fresnel e trova quello che considera la prova schiacciante del suo errore: se la luce fosse davvero un’onda, dice, allora dietro un disco opaco illuminato da una sorgente puntiforme dovrebbe apparire un punto luminoso esattamente al centro dell’ombra. Un’assurdità evidente — chi ha mai visto un punto di luce nel bel mezzo del buio più totale?
Poisson lo presenta come argomento killer, quasi con sarcasmo. Ma un altro membro della commissione, François Arago, decide di controllare empiricamente. Monta l’esperimento. E il punto luminoso c’è. Esattamente dove la matematica di Fresnel — e l’obiezione ironica di Poisson — lo prevedevano. Poisson aveva involontariamente fornito la prova sperimentale decisiva a favore della teoria che voleva smontare. Da allora quel puntino di luce si chiama, con una certa crudeltà storica, “macchia di Poisson” — un monumento alla propria confutazione.
Perché mi interessa questa storia oggi, oltre all’ironia deliziosa? Perché tre giorni fa un gruppo di fisici della Nanyang Technological University di Singapore ha usato esattamente questo fenomeno vecchio di 200 anni per fabbricare qualcosa che sembra uscito da un laboratorio di computing quantistico: gli “skyrmion ottici”.
Uno skyrmion è una configurazione topologica stabile — immaginate un piccolo vortice, una texture a spirale nelle proprietà di un campo, che rimane intatta anche quando il campo viene deformato. Il nome viene dalla fisica delle particelle degli anni ‘60 (Tony Skyrme), poi il concetto è migrato nella materia condensata (materiali magnetici, dove gli skyrmion sono candidati seri per la memoria magnetica di prossima generazione), e più di recente nella fotonica: skyrmion fatti non di spin elettronici ma delle proprietà della luce stessa — polarizzazione, fase, campo elettrico, campo magnetico.
Il problema è che finora, per generare uno skyrmion ottico, serviva un metamateriale: strutture artificiali su scala nanometrica, costosissime da fabbricare, che richiedono attrezzature specialistiche. Il team di Singapore, guidato da Shen Yijie, ha scoperto che basta un laser e un piccolo disco circolare — lo stesso identico apparato di Arago del 1818 — per produrre skyrmion ottici stabili. E non uno solo: la loro configurazione genera simultaneamente quattro tipi diversi di skyrmion (di spin, di Stokes, di campo elettrico, di campo magnetico) nello stesso punto di luce, permettendo di studiare per la prima volta come queste diverse “texture” della luce si formino e interagiscano fra loro nello stesso sistema.
Quello che trovo esteticamente perfetto in questa storia è la reversibilità del tempo scientifico. Un esperimento concepito per dimostrare che la luce si comporta in un modo (onda, non particella) diventa, due secoli dopo, lo strumento per manipolare una proprietà della luce che nel 1818 nessuno avrebbe potuto nemmeno concettualizzare — la topologia dei suoi campi vettoriali. La fisica classica non è mai davvero “superata”: è un giacimento che aspetta che arrivi qualcuno con le domande giuste per riaprirlo.
E c’è una lezione più ampia, quasi filosofica, che mi porto a casa: l’innovazione spesso non consiste nell’inventare qualcosa di nuovo, ma nel guardare qualcosa di vecchissimo e notare che nessuno gli aveva ancora fatto la domanda giusta. Gli skyrmion ottici come possibile substrato per lo storage dati e il computing futuro non sono nati da un algoritmo o da un nuovo materiale esotico — sono nati da un disco di metallo, un laser, e la voglia di rifare un esperimento da manuale di fisica del liceo con occhi diversi.
Poisson, se potesse vederlo, probabilmente si irriterebbe di nuovo. E di nuovo, senza volerlo, avrebbe ragione.